Reddito di cittadinanza e servizio sociale

Il Reddito di Cittadinanza (RdC) è appena partito, di seguito sono proposte alcune riflessioni in tema di servizio sociale e politiche sociali. Professionalmente mi occupo di povertà all’interno di un Ambito territoriale del servizio sociale di 12 Comuni in Friuli Venezia Giulia, Regione che da diversi anni ha sviluppato e regolamentato diversi strumenti di intervento a contrasto della povertà. Più recentemente ha integrato, potenziandole con fondi propri, le misure SIA (Sostegno per l’Inclusione Attiva) e ReI (Reddito di Inclusione).

Per punti, espongo quindi alcune considerazioni, con l’assunto di base che, fatto salvo il tema delle politiche del lavoro, l’assistente sociale va considerato uno degli operatori più qualificati in tema di contrasto alla povertà, data la sua specifica competenza nella predisposizione e gestione di progetti personalizzati a favore di situazioni di disagio.

  1. RdC non è di per sé uno strumento sbagliato nel suo principio di fondo: si tratta di aiutare una persona o un nucleo familiare allo scopo che si renda autonomo o possa essere meno disagiato. Va sicuramente tarato affinchè possa essere uno strumento equo, concreto ed adeguato.
  2. L’equità dello strumento non è semplice da ottenere con tabelle di calcolo, fasce di appartenenza o algoritmi, soprattutto se ci si deve rapportare all’ISEE, di per sé strumento non proprio equo, basti pensare alle famiglie numerose, alle presunte ricchezze di alcuni liberi professionisti che faticano ad arrivare a fine mese, al meccanismo delle dichiarazioni di estraneità, al fatto poi che non tutti i CAF interpretano le norme attuative allo stesso modo, ecc. In ogni caso, allo stato attuale è preferibile l’ISEE che, quantomeno nella ricerca di una minima equità si potrebbe ritenere accettabile dai più, osserva e valuta i cittadini di tutta Italia con gli stessi occhiali. Anche qui si potrebbe obiettare che lo stesso strumento applicato in un territorio con grosse sperequazioni (ad es. tra montagna e città, tra Nord e Sud della penisola), anche a parità di entrate economiche, rischia margini più o meno consistenti di disparità.
  3. ll servizio sociale va rafforzato partendo dalle zone in cui è più carente. In Regione Friuli Venezia Giulia siamo molto vicini al rapporto 1 assistente sociale ogni 3.000 abitanti, in altre Regioni siamo molto distanti da tale parametro. L’avvento del RdC può essere un più che valido strumento al fine di raggiungere una situazione più omogenea a livello nazionale; tenuto conto comunque delle specificità dei territori.
  4. l servizio sociale deve essere inserito nell’organico degli enti territoriali preposti: il ricorso a cooperative, somministrazioni di lavoro interinale o liberi professionisti non è errato di per sé, è necessario però considerarli come forme residuali, ad esaurimento o di tamponamento, non come ordinaria gestione del servizio.
  5. La povertà non è argomento riservato al servizio sociale in via esclusiva; è un tema trasversale che come tale richiede il lavoro di rete e l’integrazione tra le diverse politiche, a livello nazionale e locale: politiche relative a famiglia, lavoro, abitazione, formazione di base e superiore, sanità, cultura e orientamento. Il coordinamento della misura andrebbe affidato ad un settore specifico, esplicitando chi presidia lo strumento e chi ha il compito di farsi parte attiva nel raccordo con gli altri per evitare sovrapposizioni, buchi normativi, intoppi gestionali (ad es. sistemi informatici deficitari) o gabbie amministrative (mancato coordinamento tra norme, regolamenti e tempistiche).
  6. Le politiche del lavoro hanno un ruolo centrale tra tutte quelle citate ed è indispensabile armonizzare queste con tutto quanto viene interessato dal RdC: servizi, operatori e finanziamenti. Non serve infatti chiedere agli utenti di impegnarsi nella ricerca di lavoro se il lavoro manca.
  7. La messa in sicurezza degli operatori sociali è importante come quella di qualsiasi altro lavoratore: le norme ci sono ed il d.lgs 81/08 in tema di sicurezza nei luoghi di lavoro fornisce sufficienti indicazioni che vanno però applicate non con modalità standardizzate, ma con attenzione alle specificità del territorio. Il tema della povertà connesso alle dinamiche relazionali che si instaurano al momento della dimostrazione dei requisiti di accesso e nell’adesione ai programmi da parte degli utenti sono aspetti di particolare delicatezza in quanto incrociano in modo complesso i temi del diritto con quelli dell’aiuto, della sostenibilità e della volontà personale: queste situazioni prestano il fianco a possibili ricatti e conflitti, soprattutto se siamo di fronte a fragilità di tipo sociale, psicologico e psichiatrico. Se ci si colloca poi nella dimensione del controllo e della valutazione di esito, ad esempio nel momento di dovere decidere sulla permanenza o rinnovo della misura, ci possiamo trovare in situazioni a rischio di violenza, anche da parte di utenti considerati solitamente tranquilli.
  8. Va compreso bene quale sia il compito dei navigator; in base alle specificità del territorio, ci possono essere due scenari teoricamente possibili:
    • le figure professionali esistano già: tra assistenti sociali ed educatori le competenze ci sono, vanno quindi potenziate ad hoc per la gestione della misura;
    • il Governo individua una nuova figura (appunto il navigator): opportunità di lavoro per molte persone, che dovrà avere necessariamente ruolo e competenze ben definite per evitare sovrapposizioni o inutili burocratismi.

In ogni caso, tale operatore dovrà conoscere molto bene risorse e possibilità del territorio ove andrà ad operare: sarebbe uno spreco di energie incaricare persone in contesti a loro sconosciuti e con culture relazionali e operatività troppo distanti dalla propria; è vero che tutto s’impara, ma anche questo richiede tempo che non può essere utilizzato a discapito dell’utenza e dei tempi stretti richiesti per la definizione e gestione degli interventi. Che il navigator possa arrivare in seguito ad una selezione a livello nazionale o venga incaricato su base regionale ha senz’altro i suoi pro ed i suoi contro in entrambe le prospettive.

9) Il “navigator”: c’è il rischio di spalmare su questa figura competenze che appartengono ad altri, operatori del centro per l’impiego, educatori ed assistenti sociali, per certi versi anche lo psicologo del lavoro; forse anche di altri. Pare di individuare un tipico vezzo della politica: quando si desidera evidenziare il nuovo che ognuno ritiene di portare rispetto a chi lo ha preceduto, si vogliono coniare nomi (ad es. cfr. il passaggio tra MIA, ReI ed ora RdC) e, in questo caso, nuovi professionisti. Se il navigator diventa un nuovo operatore del centro per l’impiego va bene: ce n’è bisogno.

10) Le nuove misure. La politica ha il compito primario di agire in nome del bene comune e di valutare se ciò che esiste vada modificato migliorandolo o eliminato per attivare qualcosa che prima non c’era. Anche nel caso del RdC la politica ha agito senza poter (o voler) valutare l’effettivo impatto del ReI; e prima, chi ha inventato il ReI non effettuato una necessaria valutazione del SIA. Si rischia così di fare e disfare rischiando di non fermarsi mai ad una accurata analisi sull’efficacia e l’impatto degli strumenti in campo. Ed oggi, a differenza dei decenni precedenti, strumenti di analisi economica, statistica e sociologica ci sono e sono anche raffinati. Anche il servizio sociale, nella partita delicata della valutazione deve poter dare il proprio contributo, sia nei confronti dell’equità delle misure in campo, sia e soprattutto per quanto riguarda lo specifico dell’esito dei programmi relativi alle singole persone e nuclei familiari in carico. Che non sono pochi: sono valutazioni su persone in carne ed ossa e con problemi reali, con le quali gli assistenti sociali si confronto quotidianamente.

Aggiungo inoltre queste considerazioni che toccano il tema da altre prospettive, quelle a carattere generale e quella di politica sociale.

  1. L’Europa si sta occupando sempre più di inclusione e di povertà, l’Italia si adegua ed è doveroso per la nostra professione esserci perché la povertà è uno degli ambiti specifici di intervento del servizio sociale. Su questo penso che non ci possano essere dubbi; è facile parlare dei poveri e della povertà, è più difficile averci a che fare nel quotidiano, con la scarsità di risorse a disposizione, sporcandosi le mani anche con i dettagli della spesa quotidiana e delle bollette scadute delle persone. E’ questo che gli assistenti sociali fanno ogni giorno con professionalità da decenni.
  2. Che la povertà sia un tema difficile e spinoso non c’è dubbio, lo è sempre stato. Il servizio sociale se ne occupa da sempre in modi che sono stati via via sempre più tecnici e meglio definiti da norme e regolamenti, nel bene e nel male. Penso sia indubbiamente un bene che la disciplina degli interventi esista; la difficoltà a comprendere (nel senso di avere presente e considerare) tutte le miriadi di manifestazioni nelle quali la povertà di manifesta, comporta certamente il rischio di esclusione e di non equità, che ad alcuni fa rimpiangere l’intervento svincolato dalle norme, ma ciò è senz’altro pericoloso e foriero di tristi clientelismi. Meglio essere ‘sul pezzo’, gestendo e migliorando gli strumenti a disposizione, con pazienza ed impegno costanti.
  3. Il povero non è un ideal-tipo generalizzabile: ci sono mille volti della povertà e diverse sono le modalità per approcciarla. Nell’universo della povertà trovano spazio persone serie, dignitose e disposte ad impegnarsi, ma anche persone in malafede, pigre e che ricercano continue forme di assistenzialismo; persone che chiedono troppo e persone che chiedono troppo poco, pur avendone diritto; persone che sanno esprimere i propri bisogni, persone che li sovrarappresentano, persone che non sanno cosa possa esser loro utile; persone che ‘se la sono cercata’ e persone particolarmente sfortunate. L’assistente sociale è continuamente coinvolto nelle diverse forme attraverso le quali la povertà di manifesta, spesso si pone domande di tipo moralistico sul presunto merito delle persone ad essere aiutate e non è facile lasciarle da parte – come risulta invece corretto dal punto di vista deontologico. La dimensione oggettiva della presa in carico spesso è un’operazione difficile che si scontra sempre con il sistema di valori e le esperienze di ogni operatore.
  4. E’ doveroso prevedere fin da subito indici di valutazione della misura, nel breve e lungo periodo, per evitare di chiedere dati ex-post che forse i servizi non saranno in grado di fornire perché non previsti dai sistemi telematici o perché non rilevabili.
  5. E’ stato detto che ‘i poveri li avrete sempre con voi’ (Mc 14,7). Ciò significa molte cose, tra le quali che il fenomeno non potrà mai essere del tutto debellato. Questo non significa arrendersi, ma continuare a ritenere il tema come socialmente rilevante, quindi di imprescindibile competenza politica e della gestione della cosa pubblica. La povertà va sempre affrontata con mezzi adeguati all’oggi, tenendo conto della realtà e della specificità locale: questo serve ad evitare inutili e pericolose generalizzazioni e strumentalizzazioni.
  6. Quindi, nel RdC il servizio sociale ci deve essere, nel suo specifico essere professione di aiuto e di sviluppo di migliori politiche sociali nella prospettiva della sussidiarietà per il bene comune. 

     

    G. Marco Campeotto su welforum.it del 17 aprile 2019

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