Pubblicità e azzardo: Agcom salva le scommesse, imbarazzo nel M5S

Sconfitte sul piano sociale e messe nell’angolo sul piano politico, le lobby che si oppongono al divieto di pubblicità del gioco d’azzardo puntano tutto sui cavilli tecnici. Vanificando di fatto la norma promossa in particolare dal vicepremier Di Maio

L’articolo 9 del “decreto dignità” era chiaro: via la pubblicità del gioco d’azzardo. «Tutta, senza se e senza ma»: così si esprimeva il 2 luglio scorso il vicepremier Luigi Di Maio. Per garantire i contratti in essere al momento dell’emanazione del decreto era stata prevista una fase transitoria che terminerà il 14 luglio 2019.

Che cosa è cambiato in un anno? Tutto tranquillo? Per nulla. Perché se la società ha vinto, imponendo alla politica questa scelta, e la politica si è mostrata coerente col suo mandato “di popolo”, i soliti tecnici ci hanno messo le mani. Istituendo un numero preoccupante di distinguo e, di fatto, mettendo nel ridicolo il governo e il vicepremier Di Maio, che più di tutti si era speso per il divieto totale.
Luigi Di Maio, il 2 luglio 2018: “La pubblicità dell’azzardo va vietata senza se e senza ma”.

Il 18 aprile scorso l’Autorità per le garanzie nelle Comunicazione (Agcom) ha infatti emanato le linee guida attuative del divieto di pubblicità previsro nel decreto dignità.

“non sono da considerarsi pubblicità le informazioni limitate alle sole caratteristiche dei vari prodotti e servizi di gioco offerto, laddove rilasciate nel contesto in cui si offre il servizio di gioco a pagamento. Rientrano in tale categoria, a titolo esemplificativo, le informazioni che sono rese disponibili nei siti di gioco o nei punti fisici di gioco, riguardanti le quote, il jackpot, le probabilità di vincita, le puntate minime, gli eventuali bonus offerti, purché effettuate nel rispetto dei principi di continenza, non ingannevolezza, trasparenza nonché assenza di enfasi promozionale. (…) I servizi informativi di comparazione di quote o offerte commerciali dei diversi competitors non sono da considerarsi come forme di pubblicità, purché effettuate (a titolo esemplificativo, i c.d. “spazi quote” ovvero le rubriche ospitate dai programmi televisivi o web sportivi che indicano le quote offerte dai bookmaker). Esulano dall’ambito di applicazione del divieto i c.d. servizi gratuiti di indicizzazione mediante algoritmo”

Nelle trasmissioni televisive, dicono dall’Agicom, sarà ancora possibile essere “informati” sulle quotazioni delle scommesse.

Non bastasse, i titolari di sale gioco potranno pubblicizzare le vincite registrate nei loro locali, considerando tutto non alla voce “pubblicità” ma in quella “esposizione del marchio”.

Un provvedimento imbarazzante che mette nell’angolo la politica e indigna la società civile. Come reagirà il governo?

Non bastasse, i titolari di sale gioco potranno pubblicizzare le vincite registrate nei loro locali, considerando tutto non alla voce “pubblicità” ma in quella “esposizione del marchio”. Per tacere degli algoritmi e delle improponibili motivazioni sulla “legalità”.

Un provvedimento imbarazzante, insomma, che mette nell’angolo la politica e indigna la società civile. Come reagirà il governo?

 

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