L’idea di un Paese migliore

«L’economia civile indica un percorso molto chiaro che passa attraverso una visione diversa di persona, impresa, valore e politica economica. I cittadini dell’economia civile hanno capito come integrazione, accoglienza, cooperazione tra diversi producono superadditività». L’editoriale di Leonardo Becchetti, sul numero in distribuzione, che lancia il festival dell’Economia civile di Firenze del 29-31 marzo

Gilet gialli, pastori sardi che sversano il latte, lavoro precario o povero, Italia ultima della classe in Europa. Il Paese ha bisogno oggi più che mai di più economia civile. Una missione che dovrebbe pertanto accomunare tutti coloro che operano nel sociale dovrebbe essere oggi quella di impegnarsi nella cultura e nella comunicazione per affermare un’idea diversa e migliore di Paese.

Sappiamo di vivere in un sistema economico che mette al centro il benessere del consumatore e il massimo profitto dell’impresa. Un sistema che ha creato progressi spettacolari in alcuni ambiti (qualità dei consumi, aspettativa di vita) ma che oggi presenta tutti i suoi limiti e contraddizioni su altri fronti (diseguaglianze, insostenibilità ambientale e soprattutto scarsa qualità e dignità del lavoro). Se ne esce certo individualmente (la spinta a formazione, innovazione per risalire la scala del valore deve essere pressante) ma anche assieme perché è urgente ed indifferibile una ricetta per aiutare chi non ce la fa o è ai margini.

L’economia civile indica un percorso molto chiaro che passa attraverso una visione diversa di persona, impresa, valore e politica economica. I cittadini dell’economia civile sono quelli dell’1+1=3 che hanno capito come integrazione, accoglienza, cooperazione tra diversi producono superadditività (più di quello che saremo stati capaci di fare separatamente da soli). Nell’avere storicamente capito o no questa lezione sta anche il segreto del successo o del fallimento economico e sociale di territori e regioni del nostro Paese. Le imprese dell’economia civile sono biodiverse, più ambiziose, non guardano solo al profitto ma anche all’impatto sociale. Ma muovono verso l’ibridazione e rifuggono da quell’economia a due tempi e a compartimenti stagni (il profit ricco e cattivo, il non profit povero e buono) che è molto meno generativa di un’economia fatta di imprese che creano valore economico già in modo socialmente e ambientalmente sostenibile. La recente controversia sulla tassazione degli utili delle imprese di Terzo settore spiega chiaramente perchè dobbiamo uscire dal ghetto e far capire che abbiamo bisogno di un mondo “not for profit”ma non “no profit”. Se ti definisci no profit non puoi lamentarti se poi lo Stato ti raddoppia le tasse dicendo che tu gli utili non dovresti farli. Se ti definisci not for profit e spieghi che la tua differenza sta nel reinvestire differenze tra ricavi e costi nell’attività sociale caratteristica della tua impresa l’obiezione cade.

Il mondo dell’economia civile non è come quel marinaio per il quale il vento non è mai propizio perché non sa in che direzione portare la barca. La finalità dell’azione economica e sociale deve essere quella della ricchezza di senso e soddisfazione di vita, della generatività (che è la vera radice della felicità perché capacità di rendere la propria vita di qualche utilità per gli altri) e dunque del bene comune. Costruire, come ricorda l’art. 3 della nostra Costituzione, le condizioni perché ciascuno possa realizzare la propria vita (e dunque società 100% generative) deve essere il nostro obiettivo.

Contro le previsioni delle Cassandre che riappaiono puntuali ad ogni nuova rivoluzione industriale dobbiamo immediatamente chiarire che il lavoro non sta finendo, soprattutto se sappiamo muovere verso l’orizzonte di società pienamente generative. Per fare solo un esempio, nell’era dell’inverno demografico che purtroppo stiamo vivendo, la domanda più forte non è per l’ultimo prodotto di grido ma per la possibilità degli anziani di restare generativi e di avere una vita degna in una popolazione dove lo stock di persone avanti nell’età e con patologie aumenta sempre di più. Nel mondo negli ultimi 17 anni sono stati creati mezzo miliardo di posti di lavoro. E uno dei settori più promettenti per il futuro è quello dei servizi alla persona dove le macchine intelligenti non potranno mai competere con la capacità di vivere le relazioni degli esseri umani. E questo è uno dei tipici settori d’azione delle imprese sociali.

Ben consapevoli delle sfide di questo contesto con il festival dell’Economia civile di Firenze del 29-31 marzo intendiamo portare a compimento un processo di cambiamento del Paese. Che parte dalla scoperta delle buone pratiche (ben 400 quelle identificate con il percorso delle Settimane Sociali), ovvero di coloro che ce l’hanno fatta con le loro competenze e creatività a creare valore sostenibile in un mondo difficile come quello che viviamo. E della costruzione in tutto il Paese (nelle scuole, tra i giovani innovatori) di “cantieri” per favorire la fertilizzazione incrociata delle idee e la nascita di nuove imprese e di nuovo valore… (prosegui su VITA)

di Leonardo Becchetti su VITA 11 marzo 2019

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