Istat: La spesa dei comuni per i servizi sociali

Nel 2016 i Comuni hanno speso per i servizi sociali circa 7 miliardi e 56 milioni di euro, pari allo 0,4% del Pil nazionale. Rispetto all’anno precedente si registra un incremento del 2%.

L’ammontare delle risorse impiegate per il welfare locale è monitorato dall’Istat a partire dal 2003.
Negli anni precedenti la crisi economica, fino al 2009, si registra un incremento medio annuo del 6%, il 2010 segna un drastico rallentamento della crescita.
Nel triennio 2014-2016 si registra una ripresa, che riporta gradualmente la spesa sociale a livelli prossimi a quelli del 2009.

Nel 2016 la spesa dei Comuni per i servizi sociali ammonta a circa 7 miliardi e 56 milioni di euro, pari allo 0,4% del Pil nazionale. Rispetto all’anno precedente si registra un incremento del 2%.

Per ciascun residente i Comuni hanno speso in media 116 euro nel 2016, contro i 114 del 2015.
A livello territoriale le disparità sono sempre elevatissime: si passa dai 22 euro della Calabria ai 517 della Provincia Autonoma di Bolzano.
Al Sud, in cui risiede il 23% della popolazione, si spende solo il 10% delle risorse destinate ai servizi socio-assistenziali.

Famiglia e minori, anziani e persone con disabilità sono i principali destinatari della spesa sociale dei Comuni: su queste tre aree di utenza si concentra l’81,7% delle risorse impegnate.
Nel corso degli anni cambia la composizione della spesa: dal 2003 al 2016 le risorse per l’assistenza ai disabili aumentano costantemente mentre si riduce, in misura quasi speculare, la quota destinata agli anziani.
La spesa per l’area famiglia e minori, in rapido aumento fino al 2009, negli anni successivi subisce deboli fluttuazioni, in relazione all’andamento discontinuo dei finanziamenti in questo settore.
Le spese per il contrasto alla povertà e per il disagio adulti si mantengono a livelli nettamente inferiori rispetto alle altre aree di utenza, con un lieve incremento nel periodo precedente al 2009 e una flessione negli anni successivi alla crisi. Solo dal 2015 si registra una tenue ripresa.
Ancora più contenute sono le spese per i servizi rivolti agli immigrati, che si mantengono sempre al di sotto del 5% della spesa sociale dei Comuni. Negli anni più recenti, tuttavia, si rileva un aumento della spesa e delle attività realizzate dai Comuni grazie all’impiego dei fondi del sistema “Sprar” (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) che favorisce la realizzazione di progetti di accoglienza e supporto per gli stranieri in difficoltà.

In particolare, i servizi per i minori e le famiglie con figli assorbono la quota più ampia della spesa sociale dei Comuni: circa 2,7 miliardi di euro, pari al 38,8% della spesa complessiva. Una quota importante di questa voce di spesa (circa il 40%) è destinata agli asili nido e più in generale ai servizi educativi e di cura per la prima infanzia.
Non si riducono le differenze territoriali in rapporto alla popolazione di riferimento: ciascun componente delle famiglie con minori può contare su circa 234 euro l’anno se risiede al Nord-est, 222 al Nord-ovest, 210 al Centro, 132 nelle Isole e solo 74 al Sud.

La spesa rivolta ai disabili risulta aumentare nel tempo: da 1.478 euro annui pro-capite nel 2003 (19,7% l’incidenza sulla spesa sociale dei Comuni) a 2.854 nel 2016 (25,5%).
Per le persone con disabilità le principali voci di spesa sono riconducibili ai centri diurni (ovvero strutture che offrono assistenza ai disabili e supporto alle famiglie durante il giorno) e alle strutture residenziali.
I servizi con il maggior numero di utenti sono il servizio sociale professionale, che ogni anno prende in carico oltre 240mila persone per valutare le problematiche e indirizzarle ai vari tipi di servizi; il sostegno socio-educativo scolastico, che fornisce assistenza a oltre 65.800 persone l’anno, l’assistenza domiciliare socio-assistenziale, che offre assistenza a più di 43mila persone l’anno.
Anche per l’assistenza rivolta ai disabili le differenze territoriali sono rilevanti: mediamente un disabile residente al Nord-est usufruisce di servizi e interventi per una spesa annua di oltre 5.150 euro mentre al Sud il costo dei servizi ricevuti è di quasi 865 euro pro-capite.

A partire dal 2011, le risorse destinate agli anziani tendono a diminuire mentre continua ad aumentare la popolazione di riferimento. La spesa pro-capite per gli anziani è passata da 122 euro nel 2010 a 92 euro annui nel 2016.
Le principali voci di spesa per l’area anziani sono le strutture residenziali, comunali o private convenzionate, che assorbono circa il 38% delle risorse.
I Comuni destinano il 37% della spesa sociale per gli anziani all’assistenza domiciliare. La tipologia prevalente offerta dai Comuni è quella socio-assistenziale, che consiste nella cura e igiene della persona e nel supporto nella gestione dell’abitazione. Dal 2010 al 2016 per questo tipo di assistenza si registra un calo del 25% sia per la spesa che per il numero degli anziani assistiti.
Anche qui emergono importanti squilibri a sfavore delle regioni del Sud, dove il calo della spesa sociale pro-capite per gli anziani è molto più accentuato.

La principale fonte finanziaria dei servizi sociali proviene da risorse proprie dei comuni e dalle varie forme associative fra comuni limitrofi (61,8%). Al secondo posto vi sono i fondi regionali per le politiche sociali, che coprono un ulteriore 17,8% della spesa complessiva. Le risorse rimanenti provengono dal fondo indistinto per le politiche sociali (9%), dai fondi vincolati statali o dell’Unione europea (7,4%), da altri enti pubblici (2,7%) e da privati (1,3%). Solo il 16,4% della spesa risulta quindi finanziata a livello centrale, mentre la maggior parte delle risorse provengono direttamente dai territori.

I comuni del Centro e del Nord basano maggiormente le politiche sociali sulle risorse proprie.
E’ quindi evidente che le differenze osservate tra le aree geografiche in termini di spesa e disponibilità di servizi sono riconducibili in gran parte al quadro delle risorse direttamente disponibili sul territorio, secondo un modello che vede l’offerta assistenziale più legata alla ricchezza prodotta che ai bisogni assistenziali, riducendo così le potenzialità perequative del welfare locale.
Vedi anche:
https://www.istat.it

Da Nonprofitonline.it

http://www.nonprofitonline.it/default.asp?id=466&id_n=8040&utm_campaign=Newsletter+Non+profit+on+line+24+gennaio+2019&utm_medium=email&utm_source=CamoNewsletter

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