Infrastrutture e “verde”: le città si adattano ai cambiamenti climatici

Si chiama “Life MetroAdapt”, progetto europeo con Milano capofila. Sabato 9 marzo i promotori lo illustrano alla Fiera di “Fa’ la cosa giusta”. Lorenzo Bono (Ambiente Italia): “Gli strumenti delle città? Tecnologia e natura vanno insieme. I cittadini tornino alle buone pratiche andate perse”.

Per sopravvivere, gli esseri viventi si adattano. Così devono fare le città. Ne sono convinti i promotori di “Life MetroAdapt”, progetto sui cambiamenti climatici finanziato dalla Commissione europea con fondi “Life”, che sabato 9 marzo, alle ore 11, sarà oggetto dell’incontro “Strategie per contrastare i cambiamenti climatici a Milano” alla fiera di “Fa’ la cosa giusta” organizzata da Terre di Mezzo. Un incontro che cade a pochi giorni dall’Assemblea delle Nazioni Unite sull’Ambiente che si svolgerà a Nairobi, in Kenya, dall’11 al 15 marzo. “Partiamo da un presupposto – dicono a Legambiente Lombardia, che assieme a Città Metropolitana di Milano, Alda European Association for Local Democracy,  la società di consulenza Ambiente Italia, il gestore dei servizi idrici integrati Cap Holding e e-Geos AnAnsi Telespazio Company, da ottobre 2018 sta muovendo i primi ingranaggi –: Diamo per scontato che i cambiamenti climatici ci sono, lasciando da parte i dibatti su quanto dipendano dall’uomo e fattori antropici o dalla ciclicità. La domanda diventa: come si adatta una città?”. Quali strumenti ha un comune per evitare danni economici, umani e ambientali? Cosa può fare un gestore dei servizi? Questo il cuore del progetto triennale.

“Le misure di adattamento per i territori urbanizzati come definite dall’Agenzia europea per l’ambiente – spiega Lorenzo Bono, esperto di gestione, monitoraggio e pianificazione delle aree urbane per Ambiente Italia – si dividono in tre tipologie”. “Misure ‘grey’– dice Bono – di tipo infrastrutturale e tecnologico: per esempio il dimensionamento delle fognature rispetto a eventi meteorologici estremi oppure le vasche di laminazione”. Secondo: “Misure ‘green’: hanno una funzione simile alle prime ma con un’accezione più naturalistica”. Esempi? “I sistemi di drenaggio urbano sostenibile (Suds) per la gestione delle intemperie che limitano gli afflussi in fognatura e la ritenzione delle acque piovane dove ci sono fognature miste”. Per Lorenzo Bono si può  parlare anche di ‘verde’ tale e quale, ma si tratta comunque di soluzioni con una componente tecnologica: non è tanto l’area a prato, ma il ‘rain garden’, spazi con 30-40 centimetri di strato filtrante nel sottosuolo, che riescono a contenere le acque in superficie dove vi sono piante adatte ad assorbirle”.

“Nelle città – afferma l’esperto di gestione e pianificazione – sei obbligato a ragionare su territori piccolissimi dando per scontato che buona parte delle superfici sono cementificate: gli interventi si possono attuare scendendo nel sottosuolo, con gli stagni, le trincee drenanti agli incroci stradali, in cima ai palazzi con i ‘tetti verdi’ che utilizzano nel substrato delle celle di ritenzione dell’acqua”. Terzo capitolo: le misure dette “soft”: “Nessun intervento di tipo infrastrutturale ma piuttosto ciò che riguarda ‘l’awarness raising’, l’aumento della consapevolezza”. Si tratta di allerte, gestione e intervento, a partire da “informazione appropriata rispetto al passaggio dalla vulnerabilità del territorio al rischio per i cittadini”. Le misure “soft” sono importanti, per esempio, nella gestione dell’isola di calore: “ Si può indicare il luogo più vicino con l’aria condizionata durante i picchi di caldo estivo avvertendo i soggetti più deboli mappati e riuniti in una mailing list” come ha provato a fare l’Agenzia regionale per l’ambiente dell’Emilia-Romagna. Altre misure soft “riguardano tutte quelle richieste di aiuto che invece non necessitano l’intervento del 118”. Buone pratiche e buoni usi che  sono andati persi nel tempo: “È successo per esempio a Copenaghen, dopo l’alluvione del 2011, sono stati stimati ingenti danni economici agli scantinati delle persone nonostante la città già avess un piano clima”. È accaduto perché: “il centro storico è fatto di palazzi che hanno almeno 100-200 anni, densamente abitati, inclusi gli scantinati dove non si è avuta l’accortezza di tenere sollevati gli oggetti come per esempio si faceva un tempo nelle cantine dove gli scatoloni non stavano mai a terra”. “Può sembrare una banalità – chiude Bono – ma evita danni sparsi  a macchia di leopardo in una città che sommati fanno milioni di euro. Sono auspicabili campagne informative che diano istruzioni, per esempio sulla gestione degli scantinati, e di tutte quelle misure ‘soft’ intese come riduzione del rischio per persone o cose”.

Life Metro Adapt è articolato in tre fasi:  prima l’analisi per individuare criticità e vulnerabilità delle singole aree (isola di calore, rischio idraulico) e mettere a disposizione dei Comuni  dell’area metropolitana di Milano datti che non possiedo. Il seconda step rigarda l’azione di Città Metropolitana e delgi enti pubblici; come si possono indirizzare o incentivare certi comportamenti virtuosi, per esempio con regolamenti edilizi e urbanistici. Infine verranno realizzati da Cap Holding due interventi pilota mentre a Legambiente e Alda spetta il ruolo di capofila sulla comunicazione, anche ai cittadini.

Di Francesco Floris su Redattore Sociale

http://www.redattoresociale.it/Notiziario/Articolo/624476/Infrastrutture-informazione-e-verde-le-citta-si-adattano-ai-cambiamenti-climatici?UA-11580724-2

 

 

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