«Il populismo? Elitario e al servizio dei ricchi»

«Per i populisti, il popolo deve rimanere un oggetto incapace di distinguere il giusto dal malfattore». Intervista con il gesuita autore de “Ricostruiamo la politica”, giunto alla terza edizione in appena tre mesi.

Quali sono le caratteristiche dei populismi europei? Quali riforme mancano all’Italia? Quale contributo possono dare i credenti e la chiesa italiana alla vita pubblica?

Sono questi gli interrogativi che Francesco Occhetta, gesuita e redattore de La Civiltà Cattolica ha messo al centro della sua ultima fatica editoriale “Ricostruiamo la politica-orientarsi nel tempo dei populismi” (ed. San Paolo, 186 pagine, 16 euro), giunto già alla sua terza edizione in appena tre mesi. Scrive la vicepresidente della Corte costituzionale Marta Cartabia nella prefazione: «Nelle pagine di questo libro non traspare alcuna nostalgia per l’unità dei cattolici nell’ambito di un’unica formazione partitica; né tanto meno si dà adito ad alcun equivoco sull’intervento della Chiesa nelle questioni politiche». Messo questo punto. Emerge forte nel testo, usando ancora le parole di Cartabia l’idea di centrismo che richiama il pensiero di Luigi Sturzo: «l’idea di un centro allude, più che a una specifica collocazione dei credenti nell’agone politico, a una attitudine graduale, compositiva, incompiuta, riconciliativa, temperata e mai estrema. Allude a un luogo che sorge da un rapporto con l’altro (qualunque altro!) valorizzato sempre come bene, piuttosto che come ostacolo». In questo quadro “discernere” diventa una parola chiave. Occhetta fa suo l’invito di Santa Caterina da Siena: «Siate responsabili di cose non vostre». «È l’arte di discernere comportamenti, scelte, modi di fare, stili di vita che permette di diventare un leader credibile, il che non si riduce ad essere creduti, ma a non essere falsificati», dice Occhetta. La cui analisi si sviluppa partendo da un primo elemento come ai populismi: «confondere volutamente le categorie di destra e sinistra politica». È il punto di partenza anche della nostra intervista.

Non le sembra paradossale che in un’epoca di disintermediazione, un’altra delle caratteristiche specifiche dei populismi secondo la sua analisi, e di comunicazione sempre più personalizzata e immersiva la parola d’ordine che introduce la grande narrazione politica del dopo-Trump sia proprio “popolo”?
È sotto gli occhi di tutti e nel volume lo preciso. Il leader populista non serve il popolo, ma lo utilizza strumentalmente per i propri fini, come ha scritto Zagrebelsky: «Il crucifige! fu un urlo unanime […]. Quella folla non era un soggetto, ma un oggetto. Una folla di questo genere era per sua natura portata all’estremismo, alle soluzioni senza sfumature, prive di compromessi». Per i populisti, il popolo deve rimanere un oggetto incapace di distinguere il giusto dal malfattore. La tradizione europea del personalismo cristiano insegna la costruzione di comunità politiche che fanno del popolo una comunità di soggetti morali, liberi e pensanti. La comunità, infatti, ha le sue regole, non ammette divisioni e chiede di lavorare per il bene comune.

Il modello del populismo però sembra funzionare, tracciando alleanze forse non inedite ma inaspettate fra i grandi ricchi e gli strati sociali più poveri. Non le sembra che il soggetto sotto scacco sia quella stessa società civile che, in Europa, aveva spinto per la rottura del 1989?
La cultura populista è super elitaria. Si pensi agli iscritti della piattaforma Rousseau, gestita da una società privata, che sull’autorizzazione a procedere per il ministro Matteo Salvini, ha deciso se permettere al potere legislativo di concedere al potere giudiziario di processare il potere esecutivo. Non era mai spirato così forte il vento della democrazia diretta, in cui una piccola élite condiziona il Parlamento.

In questo quadro, c’è ancora spazio per la società civile?
La classe media è spaccata per due ragioni: il lavoro, soprattutto dei giovani, è sempre meno pagato e il capitale è sempre più concentrato in gruppi ristretti, spesso internazionali che non redistribuiscono. I populisti sono caduti nella loro trappola, invece di difendere i poveri, aiutano i ricchi. Si presentano come Robin Hood ma alla fine aiutano lo sceriffo di Nottingham. C’è di più. L’onda populista si era generata negli anni 30 del secolo scorso che sono stati il polo opposto al 1989. Sono burrasche che si infrangono su governi e istituzioni. La loro energia si sprigiona ogni volta che nella storia affiorano le crisi finanziarie, la disoccupazione, l’aumento dei flussi migratori, le misure di austerità, le difficoltà della classe media, la sfiducia nelle istituzioni… Insomma, come dice un testo del 1919 che cito nel volume, quando «le classi dirigenti da popolari diventano aristocratiche», i populismi esprimono tutti i sintomi del sistema. Ma, ahimè, rischiano di non includere la cura. Se si distrugge senza ricostruire, cosa rimane? Gli antropologi chiamano “spensieratezza nichilista” il nostro tempo in cui i cittadini sono disposti a cedere tutto il potere ad un altro che ti dice «ti guido».

L’arte dell’associarsi, scriveva Alexis de Tocqueville ne “La democrazia in America”, è la madre dell’azione. Dove possiamo ritrovare quest’arte? Il discorso populista risponderebbe: nell’identità. Lei da che parte si pone?
​L’antidoto è ritornare a essere popolari e riformatori. Nella vita sociale e politica la chiusura è regressione, un ritorno a un passato che si superato. Per le tradizioni culturali che fecero nascere la Costituzione la democrazia non è solo regole e procedura, ma è sostanza e valori e dunque persone. Occorre andare oltre il dibattito sulle politics, e mettere al centro le policy: le molte competenze, i luoghi e le soluzioni che già abbiamo per risolvere i problemi complessi che coinvolgono la società, l’economia e la tecnologia. Rilanciando il dibattito sul “cosa”, anche l’area moderata e cattolica orfana di riferimenti, capirà anche come gestire il “come” di una nuova presenza.

Di Stefano Arduini su VITA 11 marzo 2019

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