Il lavoro negato al tempo della GIG economy

Il lavoro, che nelle variegate e dimensionali sfumature rappresenta la condizione esistenziale dell’uomo, induce una profonda riflessione sul suo significato socio-economico e collettivo

Quante volte in un ambiente di lavoro avete sentito ripetere: “Tutti sono utili, ma nessuno è indispensabile”? La frase è agghiacciante. Ancora di più perché è spesso utilizzata per far capire allo sventurato che ne è vittima che non deve sentirsi unico o mostrare nessun segno di ribellione o di individualità.

Tutti siamo utili perché il capitalismo ci ha ridotto a merce utile per il profitto e per il consumo ma, in questa prospettiva, nessuno è indispensabile perché l’individualità e la personalità sono in realtà il più grande ostacolo al farsi-cosa della persona. Alla sua completa riduzione alla forma-merce. Le vere persone, quelle dotate di anima, carattere, personalità e autonomia, sono indispensabili. Non possono essere sostituite con chiunque altro. Perché sono uniche, irripetibili, integre.

Unici e problematici

Se penso alle persone che amo, so che la loro presenza non può mai essere sostituita da un altro generico. Perché la persona è portatrice di un discorso che la rende unica pur nella moltitudine delle vite.

Per questo motivo, questa frase, che ho sentito ripetere mille e mille volte, è veramente la frase simbolo del capitalismo. Capitalismo che non nasconde più il suo vero volto: la concentrazione di potere e denaro in pochissime mani e una condizione diffusa di sofferenza-debito-colpa-desiderio inappagato per la maggioranza (e per una parte anche fame-miseria-emarginazione-malattie-sfruttamento). Dentro questa cornice in cui si consumano indistintamente persone e cose, il tema del lavoro rappresenta uno dei temi più drammatici e urgenti da affrontare.

Nel suo Homo Deus. Breve storia del futuro, Y.N. Harari scrive: “La più importante questione economica del XXI secolo potrebbe essere come impiegare tutti gli individui superflui. Di che cosa potranno occuparsi gli uomini, dotati di coscienza, quando avremo incoscienti algoritmi straordinariamente intelligenti che possono fare tutto meglio?” (p. 388).

Io credo che siamo solo all’inizio di una trasformazione del lavoro umano – e di conseguenza di tutta la società – di cui però oggi vediamo solo i primi sintomi. Sintomi che non lasciano molto spazio all’ottimismo perché sembrano riportarci indietro dal punto di vista dei diritti e dei percorsi di autonomia.
Mettere al centro il tema del lavoro serve a ragionare sul modello di società che stiamo costruendo e sulle leggi che governano il nostro vivere comune. Per tornare a ragionare su questi temi vorrei partire da due testi pubblicati di recente……….

di Pietro Piro su VITA del 27 febbraio 2019
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